Come definirebbe con due aggettivi - le chiediamo - il soggiorno di studio e lavoro che ha trascorso alla Georgetown University?
È un contesto che conosco da molto tempo, ma ogni volta mi dà entusiasmo nuovo e mi aiuta a definire la direzione e le modalità del mio lavoro. Questa volta potrei dire che il soggiorno è stato stimolante e intenso. Non solo ho imparato molto, ma gli scambi con i ricercatori del centro e con i visiting scholar mi hanno permesso di ampliare i miei orizzonti e di confrontarmi su questioni nuove e all’avanguardia della discussione bioetica e del dibattito filosofico.
Su quali argomenti inerenti la sua ricerca ha trovato elementi di approfondimento?
Ho approfondito sia il tema dell’etica e della medicina narrativa – come raccogliere i racconti di malattia e di cura che attraversano lo spazio clinico e la quotidianità – sia questioni scientifiche di alto rilevo nel dibattito odierno: la possibilità di realizzare l’enhancement, ossia il potenziamento fisico, cognitivo e/o morale degli individui, sia in salute, quindi come “miglioramento delle “performance”, sia in condizione di malattia, e dunque nel tentativo di trovare possibili terapie e tecnologie di supporto alle funzioni fisiologiche quotidiane (il movimento, la memoria, la concentrazione); lagenetica e l’uso attuale di test e analisi genetici e genomici in ambito medico; le questioni legate alla sanità pubblica, sia nei termini dell’organizzazione di servizi e realtà che vanno incontro a bisogni sociali forti (i servizi dicure palliative, l’integrazione tra sociale e sanitario nell’ambito della cura, la medicina di genere), sia nei termini diprevenzione delle grandi emergenze sanitarie (il virus Ebola).
In che modo le ricerche effettuate dai ricercatori del Centro per la bioetica clinica che l'ha ospitata si rapportano agli studi che stava conducendo alla FBK?
Il Centro si occupa di etica clinica e il taglio delle mie ricerche attuali verte sulla possibilità di utilizzare l’approccio narrativo per affrontare le questioni etiche che emergono nel tempo e nello spazio della cura. Il confronto con i clinici e con i filosofi del Centro mi ha dunque permesso di modulare un percorso che tenga conto delle necessità cliniche, cercando di integrare le componenti umanistiche ed in particolare etico-filosofiche nella riflessione e nella formazione dei clinici, ma anche in quella degli eticisti.
Quali strumenti di ricerca e interazioni ha potuto sperimentare?
Direi che c’è stato molto scambio, in termini di discussione, confronto di prospettive, interpretazioni e metodi d’analisi, oltre ad un serio training su tempi e modi di reperimento e scambio di materiali, confronto scientifico e scrittura. Ilmetodo dialettico così in uso nel Centro aiuta a sviluppare argomenti e capacità espositive molto importanti per partecipare ai dibattiti e sottoporre alla prova della critica il proprio lavoro e la propria ricerca.
Il Centro fa parte di un’università molto buona (ndr. la Georgetown University) e molto nota a livello internazionale – per questi temi, ma non solo – e il collegamento con altri centri, come il Kennedy Institute of Ethics, considerato uno dei luoghi di fondazione della bioetica, ha permesso di attingere a strumenti e competenze molto avanzati.

Le interazioni sono state tutte di tipo interdisciplinare – come è d’obbligo in bioetica – e internazionale, il che ha permesso anche di aggiornarsi su quanto si sta discutendo oggi a livello statunitense sì, ma fondamentalmente a livello globale. Per questo sono molto contenta di aver fatto questa esperienza.
Più in generale, in che misura la sua ricerca ha potuto arricchirsi?
La mia ricerca si è arricchita perché.. mi sono arricchita io, come persona, nello scambio e nella diversità di contesto nel quale ho potuto lavorare, interagire e vivere per questi mesi.
Ci sono collaborazioni venture in cantiere con il gruppo di lavoro dove ha trascorso la sua Mobility?
C’è un desiderio che è stato espresso dai responsabili del Centro di poter avere uno scambio scientifico più continuo con il nostro Centro, e più in generale con la Fondazione: loro conoscono la nostra realtà e nel tempo ci sono stati scambi e lavori comuni, ma data la continuità che si è venuta a creare si è profilata la possibilità di creare una collaborazione più stabile non soltanto con me, ma anche con gli altri ricercatori di FBK-ISR. A questo stiamo pensando e lavorando, in particolare per un seminario sul tema dell’enhancement, che organizzeremo come ISR e al quale parteciperanno anche alcuni dei ricercatori che lavorano con il Pellegrino Center of Clinical Bioethics della Georgetown.
Ci racconti un aneddoto e/o di una persona che hanno caratterizzato e arricchito il suo soggiorno.

A fine giugno (ndr. 2014) ho partecipato allo World Bioethics Congress, che si è tenuto a Città del Messico. Una sera, alla fine delle relazioni, mentre aspettavo una persona, mi sono guardata attorno ed ho visto che si aprivano le porte dell’ascensore. È spuntato fuori Tom Beauchamp e ho pensato, “Toh, c’è Beauchamp in ascensore”, come fosse una cosa molto naturale. Beauchamp, che lavora al Kennedy Institute of Ethics, è un filosofo considerato uno dei fondatori della bioetica, avendo lavorato assieme a James Childress alla formulazione e definizione del cosiddettomodello dei principi, che comprende appunto i principi dell’etica medica, individuandoli nell’autonomia, nella beneficialità, nella non maleficenza e nella giustizia. Questo insieme di principi, chiamato anche il “mantra di Georgetown” è diventato un punto di riferimento imprescindibile nel dibattito, sia per chi lo considera interessante che per chi invece lo analizza in maniera critica. Beauchamp oggi continua a lavorare sui temi nuovi che emergono di continuo in bioetica e che necessitano di nuove e ulteriori riflessioni e dibattiti. Anche questo è fare ricerca: guardare avanti, raccogliendo le sfide del tempo presente. E imparare a lavorare in équipe multidisciplinari con gli altri è un’altra importante sfida che dobbiamo saper cogliere, anche noi oggi in Italia e in FBK.

